Attentato dell'Addaura: leggi la postfazione de "Gli uomini del disonore"

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21 mag. 2010

A proposito della riapertura delle indagini sull’attentato dell’Addaura, è utile per i lettori di questo sito avere presente le pagine della mia postfazione alla nuova edizione de “Gli uomini degli disonore”, nelle quali metto in evidenza come sia stato proprio Giovanni Falcone a non avere dubbi sulla matrice politica e sugli esecutori dell’attentato stesso.

Il 19 giugno 1989 la scorta di Falcone sventa un attentato contro il giudice, preparato nella villa sulla scogliera dell’Addaura dove Falcone risiede in estate. Solo pochissime persone erano al corrente, quel giorno, dei suoi spostamenti. Le dichiarazioni di Giovanni Falcone subito dopo l’attentato sono premonitrici: «Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi».

Volai in Sicilia qualche giorno dopo l’attentato, e chiesi a bruciapelo: «Chi è stato?». «Ti sembrerà letterario, e puoi anche sorridere. Ma si tratta della prima persona che mi ha telefonato dopo l’esplosione. Ed è per questo che ho sentito un brivido corrermi giù lungo la schiena» fu la sua risposta. Giovanni si riferiva
all’abitudine dei capimafia di essere in prima fila ai funerali della loro vittima, e di essere i primi a mostrare cordoglio alle vedove e ai figli. Giulio Andreotti confermò in seguito, durante il suo processo, di avere in effetti telefonato a Falcone dopo l’Addaura, e Falcone stesso parlò di questa telefonata a colleghi magistrati incontrati subito dopo.
Anche sugli esecutori Giovanni Falcone aveva le idee molto chiare. Erano i soliti delinquenti che inquinavano buona parte del Sisde, il servizio di sicurezza interna dello Stato. I suoi maggiori sospetti si addensavano sulla testa di uno dei capi del servizio, Bruno Contrada, poi arrestato e condannato per concorso esterno in associazione di tipo mafioso.
Falcone descriveva con tre anni di anticipo lo scenario di Capaci e via d’Amelio. Metteva in campo per la prima volta una verità allora sconvolgente e oggi ben conosciuta – la pianificazione concordata in alto loco dei grandi delitti siciliani – ma l’accompagnava a un interrogativo che le indagini dovevano ancora sciogliere: qual era la precisa identità dei complici di Cosa Nostra negli apparati più delicati dello Stato? L’interrogativo era tale per l’esterno, ma per noi non esisteva più da tempo.

Leggi la postfazione de "Gli uomini del disonore"

 
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