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La crisi della Siria è emergenza anche per l'Europa

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l'Unità, 17 mag. 2013

di Pino Arlacchi

L’epilogo della tragedia siriana si avvicina, dimostrando che la maggior parte degli esperti aveva visto giusto. Nessuna ribellione armata può prevalere contro un governo che dispone di apparati della sicurezza che non si disintegrano né si dividono in modo significativo, e che è quindi in grado di usarne la forza contro gli insorti. Anche se questi ricevono armi ed aiuti logistici e finanziari dall’esterno, e si dimostrano validi combattenti. E il caso della Siria ha confermato questa regola.
Sulla vittoria in breve tempo dei ribelli siriani avevano scommesso - con importanti eccezioni come quella della Germania - quasi tutti i governi europei più gli Stati Uniti e le tirannie petrolifere del Golfo. L’intransigenza di questa posizione è stata finora completa. A nulla sono valsi gli avvertimenti dei servizi di intelligence, fin dall’inizio molto scettici sulla presunta debolezza di Assad. In nessun conto sono state tenute le crescenti atrocità sui civili commesse dalle formazioni ribelli, che hanno eguagliato le efferatezze dei soldati di Assad.

E nulla hanno contato le lezioni della storia recente. Dall’Afghanistan dei mujaiddin diventati Talebani, alla Libia dei guerriglieri anti-Gheddafi che si sono tenuti le armi ricevute dall’Occidente per poi usarle contro di esso. Crisi e guerre civili si sono aggravate e non risolte. Sono durate più a lungo e sono divenute più sanguinose.
Il flusso di armi ai ribelli da parte del Qatar, dei sauditi, della Turchia e degli USA è stato controbilanciato senza difficoltà da quello dell'Iran e della Russia verso Assad. La maggior parte della popolazione siriana, inoltre, non si è schierata con l’opposizione armata. Anche se larghe parti della società siriana si oppongono al regime di Assad, numerose minoranze religiose come gli Alawiti, i Drusi e i cristiani, assieme a un pezzo della classe media, temono i fanatici islamisti che hanno finito col prevalere all’interno delle formazioni combattenti. Questa è gente che non combatte per la democrazia ma per la sharia e l’oscurantismo. Presa in mezzo tra la ferocia del regime e quella dei ribelli, quasi tutta la comunità cristiana di Aleppo è fuggita dalla città e dal Paese.
E lo stesso è accaduto altrove, dando luogo a oltre 1 milione di rifugiati nei paesi confinanti. Un'emergenza che impone la necessità di un intervento politico e umanitario, come indicato dalla risoluzione approvata la settimana scorsa dal Parlamento europeo a Strasburgo.
Gli ultimi sviluppi ci dicono che le forze governative stanno prevalendo negli scontri sul campo, e ciò sta dando luogo alle offerte di pace e di soluzione negoziata da parte degli USA e della coalizione anti-Assad. Ciò può portare a una conferenza di pace che inauguri l’assetto prefigurato finora senza successo dai tentativi diplomatici dell’ONU (uscita di scena di Assad, elezioni, ricostruzione). Ma può anche portare alla sconsiderata, deprecabile decisione di ricorrere alla forza su scala ancora più vasta, non usando più il tramite delle fazioni di ribelli, ma lo strumento dell’intervento militare diretto.
Quest’ultima eventualità viene favorita esplicitamente dalla destra americana, e ad essa sembra alludere il governo Cameron: eliminazione dell’embargo e creazione di una no-fly zone come premessa dei soliti bombardamenti a tappeto con l’obiettivo di distruggere fisicamente il regime siriano. E di incendiare il Medio Oriente. A questo ci si deve opporre.

 

 
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