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Nessun ritiro. A Lisbona l'Alleanza fa marcia indietro

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L'Unità, 21 nov. 2010

Mondo. L'analisi di Pino Arlacchi

I tamburi dell’orchestra mediatica globale sono già partiti con i titoloni sul ritiro NATO  dall’ Afghanistan nel 2014 deciso nel summit di Lisbona. Peccato che pochissimi si daranno la pena di leggere i due documenti finali, reperibili sul sito ufficiale dell’Alleanza. In essi, ahimè, non c’è traccia di ritiro delle truppe ISAF entro il 2014. C’è solo un rigo che recita così: «Noi, le nazioni che contribuiscono all’ISAF, riaffermiamo il nostro sostegno all’obiettivo del Presidente Karzai di fare in modo che le forze della sicurezza nazionale afghane guidino e conducano operazioni di sicurezza in tutte le province per la fine del 2014».
Tutto qui. Niente di più, niente di meno che un auspicio a che Karzai ce la faccia a governare davvero il paese per il 2014.

 

Il summit di Lisbona si è concluso con una generica dichiarazione del segretario generale della NATO sulla “afghanizzazione” dello scontro con l’insurgency, e con la firma di un accordo tra l’Alleanza e il Karzai che stabilisce che essa rimarrà in Afghanistan a tempo indefinito,«al di là dell’attuale missione ISAF».
I documenti finali contengono solo qualche vago accenno al fatto che il successo in loco «non può essere ottenuto solo con strumenti militari», seguito da riferimenti ancora più labili al problema dell’oppio, della corruzione e delle vittime civili.
La madre di tutte le questioni, che è anche la vera chiave della sicurezza del paese, non viene nominata neppure una volta. Nelle ottuse dichiarazioni conclusive non si menziona l’ostacolo principale alla soluzione di lungo periodo del problema afghano: la spaventosa povertà del paese, rimasto uno dei più indigenti del pianeta nonostante un aiuto internazionale che sulla carta ammonta a quasi il 100% del suo PIL annuo. Neanche un paragrafo sulla necessità di ricostruire una nazione devastata da un trentennio di guerra civile e di occupazioni militari.
Lisbona è stata una retromarcia a tutto campo rispetto alle conferenze di Londra e di Kabul di questo stesso anno, dove si era ammessa la sconfitta della linea seguita finora e si era tentato di abbozzare una exit strategy politico-economica dalla tragedia afghana.
A Lisbona si è parlato solo di formazione della polizia e di tattica di controguerriglia. Non si è fatta la minima autocritica sullo scandalo che sta esplodendo - ad opera del Congresso USA e dell’ Ispettorato Generale per la ricostruzione dell’Afghanistan - a proposito delle decine di miliardi di dollari di aiuti internazionali che non hanno mai raggiunto la popolazione afghana. Non si è parlato neppure di piani di eliminazione delle colture illecite, né di correzione dell’uso distorto dei fondi NATO per la logistica militare. Anche il Parlamento Europeo aveva denunciato che gli appalti per i trasporti ISAF sono diventati la principale fonte di finanziamento dei Talebani e dei signori della guerra, superiore allo stesso traffico della droga.
Nessun cambiamento di rotta. Business as usual.
E nonostante la NATO sia una Alleanza tra europei ed americani, non si è sentita la minima voce discorde da parte europea, quando l’UE avrebbe tutti titoli per avanzare una strategia alternativa per l’Afghanistan, data la sua massiccia presenza sul posto con uomini e mezzi. E dato il miliardo di euro annuo che i contribuenti europei inviano tramite i loro governi o Bruxelles per l’intervento civile in Afghanistan.
La signora Ashton, il nostro squisito Alto Rappresentante per la politica estera dell’ Unione, ha fatto il suo solito atto di pura presenza, sottoscrivendo senza fiatare tutte le decisioni americane. Anche quelle sugli altri temi dell’agenda. La Germania ha finito così con l’adattarsi all’inclinazione dominante verso il ribasso, rinunciando a mettere sul tavolo la sua richiesta di eliminare le bombe atomiche dal suolo europeo. L’unico paese membro dell’Alleanza che ha alzato un po’ la voce è stata la Turchia, ottenendo quello che cercava, cioè la rimozione dei nomi dell’Iran e della Siria dalla lista dei possibili lanciatori di improbabili missili balistici contro l’Europa.
p.s. E l’Italia? Cosa ha detto l’Italia? Non facciamo anche noi parte della NATO? Bè. Nessuno si sarebbe accorto della presenza o dell’assenza dell’Italia, perché in questo tipo di summit l’Italia è da 60 anni un pezzo dell’arredo della sala. Ma per fortuna c’è Berlusconi, che ha fatto notare il peso del nostro paese. Non perché abbia riproposto l’idea di far entrare la Russia nella NATO. Tempi passati. No. Silvio è stato l’unico dei partecipanti ad arrivare con clamoroso ritardo: era al telefono con la Mara. O forse con Dell’Utri. Fate voi.

 

 
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