"Azione non violenta e lotta alla mafia: che cosa può imparare la Colombia dall'Italia?"

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6 mar. 2014

Metto a disposizione dei lettori di questo sito la mia prefazione al capitolo “Acción no violenta y lucha antimafia: ¿Qué puede aprender Colombia de Italia?” scritto da Cristiano Morsolin e inserito nel libro Renovadas formas de hacer oposicion  (Freddy Cante, Beatriz Franco Cuervo), promosso dall'Illustre Università del Rosario, in un contesto di una Colombia diversa da quella conosciuta negli Anni 90, che sta ricercando importanti accordi di pace con le guerriglie, con la leadership del Presidente Santos, e un’amplia concertacion che coinvolge anche settori della sinistra.

Prima di tutto, per definire il fenomeno mafia si puo’ affermare che:

La mafia è un potere criminale che si serve della violenza per accumulare ricchezza. È anche un potere territoriale, che estrae risorse da un determinato territorio abolendo drammaticamente i diritti umani. La mafia è un potere parallelo extra-legale nei cui confronti non valgono le garanzie costituzionali. Sarebbe generico dire solo che si tratti di un potere violento, perché anche il potere politico può essere violento, e così quello delle dittature che abolisce i diritti, e anche il potere di certe forme di sfruttamento capitalistico altrettanto disastrose come esito per i diritti. Ma il potere della mafia - delle mafie, perché stiamo parlando ormai di un fatto che non è solo italiano ma mondiale - segue più o meno uno stesso modello. La mafia si garantisce l’impunità attraverso la protezione politica, intimidendo o eliminando gli oppositori, sia nello Stato che nella società. Nello Stato chiunque devia da un certo standard di tolleranza e di lassismo nei confronti delle indagini contro la mafia, viene individuato e colpito, e così, nella società civile, chiunque si batta con determinazione e con sincerità, perché rappresenta comunque un pericolo. Questo è il modo con cui le mafie - più o meno in tutto il mondo - si comportano.

Io ho cominciato a interessarmi a questi problemi nel 1977 e pensavo fossero dei problemi meridionali, italiani, ma poi, andando alle Nazioni Unite, mi sono accorto che avevo trattato un fenomeno che in realtà era mondiale. E gli elementi di tale fenomeno sono, in definitiva, tre: la protezione politica, la cancellazione dei diritti, l’uso della violenza ai fini dell’accumulazione. Questi tre elementi rappresentano proprio il marchio del potere mafioso in tutto il mondo .

Morsolin sottolinea come il percorso intrapreso dall'Italia, è diventato il laboratorio della lotta contro la criminalità transnazionale.
Non posso evitare di riferirmi ad episodi di cui sono stato parte attiva. Tra il 1982, data dell'assassinio del generale Dalla Chiesa e del varo delle prime misure di effettivo contrasto della mafia (legge Rognoni-La Torre), e il dicembre 2000, data della Conferenza di Palermo, l'Italia è stata il laboratorio della lotta contro la criminalità transnazionale. Assieme a un gruppo di colleghi e collaboratori che hanno poi proseguito quell'impegno, Giovanni Falcone ha creato una serie di tecnologie giuridiche d'avanguardia, la cui efficacia si è dimostrata micidiale ovunque esse siano state applicate. I pool antimafia, la confisca dei beni, la protezione dei testimoni, l'abolizione del segreto bancario, la specializzazione delle polizie, l'unificazione degli spazi giuridici e l'indipendenza degli uffici investigativi sono alla base della Convenzione di Palermo del 2000 e stanno diventando il linguaggio comune delle polizie e dei pubblici ministeri di tutto il mondo. Concepire tutto ciò nella realtà di venti anni addietro, quando ancora molti si chiedevano se la mafia esistesse davvero, e quando tutti gli altri paesi europei guardavano all'Italia come l'ammalato cronico del continente (oggi il terrorismo, domani la mafia e dopodomani le bombe o la corruzione) equivale a ad una piccola, geniale rivoluzione. Diventata istituzione e orgoglio di tutto il paese. A caro prezzo. E uno dei più cari è stato proprio il sacrificio di Giovanni Falcone (assassinato nel maggio 1992) .

Ho lavorato insieme al giudice Giovanni Falcone che per me rimane il riferimento piu’ importante nella lotta antimafia da un punto di vista istituzionale, ma anche il volto visibile di uno Stato presente che non accetta compromessi ma costruisce politiche di governo per sconfiggere il crimine organizzato. Come ho affermato in un recente convegno all’Aquila.

Il colpo che ha dato Giovanni Falcone, insieme con Paolo Borsellino a Cosa Nostra è stato decisivo; la mafia terroristica, la mafia del sangue e della violenza è stata sconfitta, purtroppo però sopravvive sotto forme più insidiose ma ha dovuto rinunciare al suo progetto di sfida diretta allo Stato. Il grande contributo di Falcone e Borsellino per tutta una generazione di magistrati e uomini di legge è stato quello di rompere la complicità dello Stato con la mafia, una parte dello Stato è riuscito in certi momenti anche a vincere la lotta contro la mafia dimostrando che la mafia è morte e violenza, togliendo consenso alla mafia perché la forza principale della mafia in passato era la popolarità, il fatto che la gente in Sicilia e Calabria e nel resto del Sud, la riteneva un’espressione giusta e valida della cultura e dei sentimenti popolari. Tutto questo è andato in pezzi, è stato distrutto, dall’azione più che decennale di questi uomini di legge accompagnati però dalla società civile. Ci sono state tante persone che sono morte , tanti giornalisti e persone normali, funzionari che nessuno oggi ricorda che facevano il loro dovere e sono stati uccisi dalla delinquenza mafiosa e dalla politica corrotta, alla fine però un risultato l’hanno portato: oggi la mafia è sulla difensiva, la mafia terroristica è stata sconfitta, abbiamo un grande problema di corruzione pubblica collegata con la mafia, una mafia diventata più nascosta e più insidiosa, più sommersa.

Morsolin analizza la mobilitazione della societa’ civile, come per esempio il percorso della rete nazionale Libera, nomi e numeri contro la mafia ma anche vari settori della Chiesa cattolica, dell’imprenditoria sana e di amministratori locali impegnati sul fronte della legalità – ha realizzato un autentico cambiamento culturale.

La società civile, in fondo il suo lavoro l’ ha fatto, nel senso che, in Italia, abbiamo una società civile molto forte e, nonostante tutto, molto attenta. Soprattutto nelle regioni di mafia il cambiamento è stato enorme. Lì non c’è più un senso comune mafioso come c’era trent’anni fa, quando era perfino difficile pronunciare la parola mafia, la gente aveva paura di pronunciarla. Siamo riusciti a battere il dominio della cultura mafiosa, che oggi è una cultura di retroguardia e di minoranza. Nessuno più difende la mafia come un sistema di vita o come un modo alternativo di governo. Nessuno osa più fare questo, neppure nella politica nel meridione. Dal punto di vista culturale non c’è più una cultura mafiosa in Italia. Ora, però, il grande problema è che questa società civile ha degli elementi di debolezza cruciali. Nonostante la società sia molto forte, abbia delle punte di eccellenza dal punto di vista organizzativo, non riesce a tradurre questa forza in un cambiamento politico .

Questo cambiamento è stato bloccato dalla degenerazione politica dei Governi del Presidente Berlusconi...

L’esperienza italiana è all’avanguardia anche perché il mondo accademico é riuscito ad elaborare nuove categorie concettuali per interpretare la complessita’ delle mafie. L’ho sperimentato direttamente attraverso il mio libro “La mafia imprenditrice”. Ricordo con orgoglio che la legge Pio La Torre, con la quale è stata data la possibilità di aggredire i patrimoni illegali, parte da questo mio studio. Il mio amico Nando dalla Chiesa, figlio del Prefetto Alberto assassinato dalla mafia nel 1982, docente universitario e Presidente Onorario di Libera, considera che:
Si tratta di un testo del 1983 il cui titolo indica già con grande forza evocativa la rottura che viene operata nella tradizione degli studi di mafia. Fino a quel momento, infatti, la mafia, era stata considerata secondo approcci che possiamo così sintetizzare: a) una prospettiva folclorica (vedi in particolare gli studi di Giuseppe Pitré ); b) una prospettiva ribellistico-popolare (di nuovo Pitré, e a un diferente livello le note del grande storico inglese Hobsbawm ); c) una prospettiva gangsteristica; d) una prospettiva culturalista (esemplare nel 1970 lo studio del sociologo tedesco Henner Hess ); e) e infine una prospettiva volta a indagarne la dimensione di potere.

Quest’ultimo approccio, senz’altro quello più adatto a cogliere l’essenza del fenomeno, aveva a sua volta valorizzato il parassitismo mafioso, ossia il ruolo giocato nella vicenda storica della mafia dalla rendita terriera e dal suo connubio con la politica. Per quanto le vicende urbanistiche della Palermo degli anni cinquanta-sessanta avessero fatto emergere figure di imprenditori indissolubilmente legate all’ascesa del potere mafioso, queste non erano state studiate nella loro possibile, relativa autonomia, ma erano state sempre considerate pure appendici dell’intreccio tra clan e politici mafiosi.
Il matrimonio tra i due concetti (“imprenditore” e “mafioso”) costituisce dunque uma sorta di rivoluzione nella letteratura specialistica. I tempi d’altronde la richiedevano, poiché la rivoluzione era già avvenuta nei fatti. Già alla fine degli anni settanta Cosa nostra, diventata protagonista mondiale del traffico di stupefacenti, si era posto il problema di come reinvestire l’enorme massa dei profitti illeciti. Per un verso aveva cercato di trovare degli sbocchi nei più ricchi contesti del nord, per altro verso aveva iniziato a investire direttamente (ossia senza intermediari) in differenti attività produttive, a partire da quella edilizia, ma con sempre più numerose proiezioni nel turismo, nel commercio e nella ristorazione.
Fu anche di fronte a questa trasformazione, e per la consapevolezza delle sue implicazioni, che il deputato comunista Pio La Torre elaborò la propria proposta di legge (il celebre articolo 416 bis del codice penale) volta a punire non solo gli ingiusti vantaggi ma anche gli ingiusti profitti realizzati dai membri dell’associazione e a colpirne i crescenti processi di accumulazione attraverso il sequestro e la confisca dei beni .

Le mafie sono preoccupate quando si riesce a colpire le loro ricchezze; la legge del deputato comunista siciliano Pio La Torre sul sequestro dei beni ai mafiosi, trova un’attualizzazione particolarmente significativa nelle cooperative dei giovani di Libera e il circuito del fair-trade Libera Terra. Ormai sono decine le imprese sociali/cooperative che gestiscono terreni , immobili e fabbriche confiscate alle mafie e le fanno funzionare grazie all’inserimento nei circuiti «virtuosi» dell’Economia alternativa. Queste esperienze, che crescono e si moltiplicano in tutto il paese, ci danno un chiaro messaggio: solo creando un’economia solidale è possibile costruire un modello alternativo a quello dell’accumulazione mafiosa.

In quest’ottica viene distrutto il mito dell’impunibilità delle mafie.
I grandi cartelli della coca sono sconfitti mi domandava il Corriere della Sera nel 1998. "Sì. Un po' come è avvenuto in Italia con la mafia, la Colombia e' riuscita a distruggere il mito dell'invincibilita' dei cartelli criminali piu' potenti del mondo. I narcos non sono stati distrutti, il posto dei cartelli e' stato preso da tanti gruppi criminali di piccole e medie dimensioni che sono anche piu' pericolosi perche' meno visibili. Ma e' stato distrutto per sempre il mito della loro impunibilita". Pero' la narcomafia qui mantiene un forte potere di corruzione... "I profitti del narcotraffico in Colombia sono di 2 miliardi e mezzo di dollari, pari ad appena il 2,6 % del Prodotto nazionale lordo. Nessuno mi puo' dire che sono un nemico invincibile. I narcos forse comprano qualche deputato, ma non comprano il governo. Qui non esistono piu' narcodemocrazie. La situazione e' simile a quella dell'Italia tra gli anni '80 e l'inizio dei '90, quando esisteva una quota di parlamentari e di ministri collegati con la mafia che pero', per quanto forte, non ha mai condizionato da cima a fondo lo Stato .

Ricordo il mio incontro con il Presidente Pastrana nell’ottobre 1998 quando ho firmato il primo accordo con l’ONU di 100 milioni di dollari che prevede un forte sviluppo alternativo nelle zone di produzione della coca. Anche Morsolin cita l’attualita’ di questa buona pratica di alternativa sostenibile con il progetto di produzione del cacao per i campesinos che i missionari della Consolata diffondono con il fair trade, con il sostegno dell’UNODC.

Nel capitolo scritto da Morsolin del libro “Renovadas formas de hacer oposicion” vengo citato direttamente:
“El sociólogo italiano Pino Arlacchi, Europarlamentario miembro del bloque Socialistas y Democráticos S&D, ya vicesecretario general de las Naciones Unidas en su reciente ensayo “El engaño y el miedo” enfatiza que el recurso de la violencia como forma de disputa política disminuye. En 1986 los grupos violentos constituían el 58% de las organizaciones en lucha, pero en 2004 representaban el 14%. Arlacchi cita un estudio sobre 323 campañas de resistencia civil llevadas a cabo contra gobiernos —tanto autoritarios como democráticos—, del cual se desprende que entre 1900 y 2006 las estrategias pacíficas han logrado su objetivo en el 53% de los casos, mientras que la violencia obtuvo resultados en el 26%”.La tesi del mio libro “L’Inganno e la paura” non convinceva il re degli storici inglesi Eric Hobsbawm – che propose la traduzione inglese del mio libro poi pubblicato nel 1983 da Cambridge University Press “Mafia, Peasants and Great Estates” .

«Tu vedi una possibile fine della guerra come istituzione e conti sulla forza della pace che ha fatto progredire la sicurezza internazionale a livelli prima sconosciuti. Ma io non ho la tua fiducia nel progresso. Kant con la sua pace perpetua non mi seduce. Hai ragione quando dici che la guerra nel prossimo secolo non sarà così assassina come ai miei tempi, ma la violenza armata ci sarà ancora. Ci sarà in larga parte del mondo, e sarà spinta dalle crisi internazionali ».
Le mie parole citate da Morsolin rappresentano un auspicio anche per la situazione colombiana e per questo mi unisco a quanto dichiarato da S&D European Parlamentary Group President Hannes Swoboda sull’importanza di sostenere gli sforzi governativi per raggiungere la pace, considerando anche tante “vittime invisibili” come per esempio i bambini soldato.
In questa ricerca di pace, il ruolo del mondo universitario è strategico e per questo mi permetto di segnalare l’impegno dell’Università del Rosario per continuare ad interpretare le scienze politiche nei vari processi della globalizzazione, approfondendo la complessita delle mafie e delle alternative praticabili anche attraverso la mobilitazione attiva della società civile e la non-violenza.
Concludo questo intervento, esprimendo i miei complimenti all’Universita del Rosario per questa iniziativa, senza dimenticare di esprimere la mia stima al lavoro di Morsolin che coniuga la rigorosità della ricerca sociologica con la pratica sociale di pace nella società civile...


 


 

 

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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