CINA, E' VIA DELLA SETA O VIA DELL'IGNORANZA?

Di seguito potete trovare il mio contributo alla discussione sulla Via della Seta pubblicato ieri mattina sul Fatto Quotidiano (https://www.ilfattoquotidiano.it/…/cina-e-via-dell…/5052482/)

 

La visita del presidente cinese per la firma dell’accordo sulla “nuova via della seta” ha dato luogo a un dibattito politico-mediatico inconcludente e povero di contenuti. Anche chi difende le ragioni dell’accordo dimostra una conoscenza a dir poco incerta delle sue premesse e delle sue implicazioni. Ciò si deve a un fondamentale vuoto di conoscenza sulla Cina che viene sostituito da uno schema mentale tanto facile quanto sbagliato: Cina eguale a Stati Uniti. Il Paese di Xi Jinping è – per la quasi totalità dei commentatori italiani di politica estera e per gli sprovveduti leader dell’opposizione e del governo – nient’altro che una replica autoritaria della superpotenza americana.

Pochi di loro, in verità, dubitano che la Cina diventerà entro un decennio la maggiore economia del pianeta, con l’America al secondo posto. Ma ciò avverrebbe grazie al fatto di aver perseguito gli stessi obiettivi, seguito la stessa strategia e usato gli stessi strumenti adoperati dall’Europa negli ultimi secoli, e dagli Usa negli ultimi decenni, per impadronirsi del pianeta. Con la sola differenza della natura antidemocratica del regime di Pechino, guidato dal Partito comunista. Ma una lettura anche sbadata di qualche buon libro di storia della Cina dovrebbe essere sufficiente a smentire questo stereotipo. In materia di pace e di guerra, negli ultimi 2500 anni si è consolidata in Cina una vocazione diametralmente opposta a quella occidentale. Il disprezzo e l’avversione alla guerra sono un filo che corre lungo l’intera storia e cultura del Paese. Mentre nei sette secoli e mezzo che vanno dal 1200 al 1945 l’Europa è stata dilaniata da un massacro ogni pochi anni, la Cina ha goduto nello stesso arco di tempo di periodi di pace lunghi fino a 500 anni. Ed è su questa base non violenta – senza costruire imperi oltremare e senza corsa agli armamenti – che essa ha edificato una supremazia economica globale durata fino al 1820. E terminata a opera delle armi, della droga e dell’espansionismo spoliatorio dell’Occidente.

Tra tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu, la Cina è l’unico a non aver sparato un solo colpo di cannone ai suoi confini negli ultimi 31 anni, dopo un breve scontro armato con il Vietnam nel 1988. L’idea della conquista imperiale, formale o tramite il libero scambio, è estranea alla cultura politica cinese altrettanto di quanto essa sia familiare all’Europa dall’Impero Romano in poi, e agli Stati Uniti dalla loro nascita, 250 anni fa, fino adesso. Consiglio a tutti di riflettere sulla vicenda delle spedizioni oltremare dell’ammiraglio cinese Cheng Ho intraprese 80 anni prima di Cristoforo Colombo. Spedizioni colossali, richiamate in patria perché non animate dall’auri sacra fames, e che ci aiutano a capire perché oggi non parliamo cinese mentre nel continente americano si parla spagnolo e portoghese. La Cina è una potenza non-espansionista, non-militarista e pacifica sin dalle sue origini, e non c’è alcuna ragione di pensare che lo diventerà solo per imitare gli Stati Uniti. Essa non ha alcuna propensione a trasformare la sua potenza economica in potenza militare. Prove recenti? Il suo budget militare, modesto e in costante diminuzione come percentuale del Pil, e il suo approccio al sistema internazionale creato dopo il 1945 dall’Occidente “pentito” delle sue ultime carneficine. L’approccio cinese si è basato sull’accettazione delle regole multilaterali e non sul loro sovvertimento. Dalle Nazioni Unite fino al Wto, dalle missioni di pace Onu (delle quali è il maggior contributore in termini di personale) ai grandi accordi su clima, ambiente, energia, mercati e nucleare, la Cina si comporta come uno Stato membro responsabile e pragmatico e non come una potenza aggressiva e minacciosa. Assomiglia a un’Europa priva della subordinazione agli Stati Uniti. Dal punto di vista politico, la principale differenza tra Cina e Stati Uniti consiste nell’adesione da parte della prima al concetto-guida delle Nazioni Unite, divenuto ormai una realtà di fatto delle relazioni internazionali: la multipolarità di un ordine mondiale basato su norme universalmente condivise e sul rispetto delle sovranità nazionali.

Una potenza in ascesa che fosse simile agli Usa avrebbe avuto tutto l’interesse a sposare una concezione unipolare del mondo, dove un singolo Paese giunto ai vertici del potere globale si assume il compito di dispensare a tutti il bene supremo della sicurezza. Le “dimissioni” di Trump dal ruolo degli Usa come governo mondiale sono di sicuro un passo importante verso la multipolarità, e aprono uno spazio verso la coesistenza con una Cina interessata al “vivi e lascia vivere” invece che all’imperium globale. Come l’ Unione europea. Ma è altrettanto certo che non siamo di fronte all’accettazione di un mondo post-americano. Esso comporta uno choc politico e un colpo al cuore militare-industriale di una potenza che è abituata a non avere rivali nel pianeta. E ciò può sconvolgere tutto.

 

TRADUZ. INGLESE MIA ANALISI SU "IL FATTO QUOTIDIANO" DEL 9 MARZO 2019

USA AGAINST VENEZUELA: DO NOT TOUCH THE DOLLAR IF YOU DON’T WANT TO DIE

 

by  Pino Arlacchi                                             

 

UN Undersecretary General 1997-2002

 

March 10, 2019
 

   The clash between the Government of the United States and Venezuela has almost reached the threshold of armed intervention, and if this will not occurr it will be only because the ongoing barbaric siege to the country's economy is able to achieve the same result.   

    But there are still grey areas, in my view, about the reasons of the American fury. It cannot be taken for granted that this is only the compulsive action of an aggressive great power, which from 1945 onwards intervened 67 times abroad to overthrow unwelcomed regimes.

   Right in their own backyards, Latin America, and since a couple of decades, the United States have tolerated leftist governments without sending the marines or ordering the CIA to assassinate political leaders, ministers and presidents. The Brazil of Lula, Kirchner’s Argentina, Bachelet’s Chile, and even Morales’s Bolivia have repeatedly arrived at loggerheads with the Big Brother without suffering violations of their sovereignty and without suffering the attempted economic murder being currently carried out against Venezuela.

    Sure, the "socialcommunist threath" had its weight in setting off the assault on Chavez's and Maduro’s Venezuela. But this is not enough to explain a degree of animosity against a country in the region not seen since the days of Allende's Chile, to which is frequently compared.

   We need further explanations. And the additional factor may well be the desire of the American elites  to finally grab in Venezuela the coveted prey that slipped out in Russia in the 90’, and Iraq and Libya afterwards: the hydrocarbon reserves of a great producer to add up to their own in order to face more comfortably the vicissitudes of the post-American world.

    This is an idea that has been present for some time in the mind of Trump. According to former FBI Director, McCabe, Trump declared in 2017 that the time had come to wage war on Venezuela. And not to rescue his people starving under communist tyranny, but because the same people “had all that oil and thay are right on our back door”.

   The same Trump had criticized Obama in 2011 because he let himself get “ripped off” by not claiming half of Libyan oil in exchange for the cooperation of the USA in overthrowing Gaddafi. 

   The “oil factor” is more convincing than the “communist” one to explain the anti-Venezuelan drive of Uncle Sam. Oil greed would have unleashed against a government of any political color, if this government had shown a determination to exercise its full sovereignty over its natural resources. It happened already in 1953, when the nationalist government of Mossadegh was overthrown by the CIA in Iran because of its decision to nationalise the oil production.

   To complete the picture, however, another, crucial albeit little known motive of hostility should be high lighted: the challenge to the hegemony of the dollar launched by Chavez-Maduro right at the dawn of a process of de-dollarization of the world economy. Venezuela's decision to avoid the use of the dollar in oil trading, and to create a system of foreign trade, the Sucre, based on a criptocurrency, the Petro, guaranteed by its oil and other resources, has hit the nerve of the USA finance.

   The dollar is the last pillar of the American power as the other, the military, the possession of the most formidable armed force on the planet, turned out to be a fiasco almost anywhere from Vietnam onwards and has become a source of indebtedness and discord with allies and clients.

    The hypersensitivity of the financial elite currently at the helm of the American power towards any threat, even potential, to his central nervous system composed of greenbacks, is understandable. This is because the dollar  -although seemingly enjoying excellent health, as the world’s currency reserve and store of value - is being undermined by a challenge which started to animate international relations since a couple od decades.

  The attack on the greenback centrality is blatant from the Iranian and Russian side. It is partially veiled from the Chinese and the BRICS’s countries side, and is implicit in the case of the European Union, owner of the only mature alternative to the dollar, the euro. And because of that, EU is guarded at sight from the United States.

   The Wall Street-Treasury-Government nexus is aware that the timing of the sunset of their empire depends from the decline of the dollar hegemony, and are ready to use any weapon to impede the latter.

    No matter, therefore, how far would have gone the decision by Saddam Hussein to use the euro instead of the dollar for the Iraqi oil transactions. Or how solid were Gadhafi’s projects to create an African currency for the same purpose. Nor does matter the modest size of the current volume of non-dollarized trade between Russia, India, Iran, Cina, Turkey and the European Union.

    The de-dollarization is a vital threat. Its signals must be strangled in their cradle. How?

    In the case of relatively marginal and not nuclear-armed countries – not nuclear because previously disarmed by the UN as Iraq or convinced to abandon nuclear programs as Libya – it is not necessary to waste time in niceties. Iraq was invaded because it did not have the atomic bomb.

In the case of Iran   - a middle-power promoting de-dollarization, titular of a significant non-oil economy  and capable of a quick nuclearization– more caution is needed. The ideal thing to do here is to push the country towards atomic disarmament and then hit and re-dollarize it. As the USA is trying to do now, in spite of the disagreement of the rest of the world.

      Against Russia and China there is little that can be done. Especially now, after the two countries have developed a commercial, political and military agreement that makes the sum of their "capabilities" (territory, population, industry, armaments and technology) bigger than that of the US. But both are still weak on the financial side, and haven't yet decided to launch a joint challenge to the dollar across the board.

The strategy here is to isolate them as much as possible, delaying the birth of a multicurrency world order, where the U.S. money can no longer be used as a weapon of global domination.

As for the European Union, the threat to the dollar supremacy represented by the creation of the single currency deflated shortly after its birth in 1999. Euro’s weight in global transactions fell from 30% to the  current 20%. For the masters of global finance, in order to keep the euro where it is now, it is sufficient to maintain the current political and economic distance between EU and Russia.  

    This scenario helps explain why the United States moved toward the final solution against a country that had the courage to challenge them on everything, including the currency. 

    Currency that is wrapped around the neck of Venezuela today in order that everyone understands that after Libya, Iraq and Iran, to hurt the dollar means to be at risk of death.

 

 

 

    

 

     

 

 

   

 

 

TRADUZ. SPAGNOLA MIA ANALISI SU "IL FATTO QUOTIDIANO" DEL 27-2-2019

“Yo, exsecretario adjunto de la ONU, les explico el gran engaño entre Wall Street y el petróleo, sobre la crisis en Venezuela”

Por Pino Arlacchi

Si alguna lección se aprende al dirigir una gran organización internacional como la ONU, es que en las cosas del mundo, la verdad de los hechos raramente coincide con la versión oficial. Las ideas dominantes, como solía decir el viejo Marx, siguen siendo las de la clase dominante. Y el caso de Venezuela en estos días se configura en términos de un gigantesco engaño informativo dirigido a encubrir la opresión contra un pueblo y el saqueo de una nación.

El principal mito a desenmascarar se refiere a las causas de fondo del drama venezolano. Los medios occidentales no han dudado en señalar a los ejecutivos que accedieron al poder después de la elección del “dictador” Chávez como presidente en 1998 como únicos responsables de la crisis, ocultando la causa más importante: las bárbaras sanciones estadounidenses contra Venezuela decididas por Obama en 2015 y profundizadas por Trump en 2017 y 2018.

Los gastos sociales nunca fueron tan altos. La “dictadura” de Chávez, confirmada por 4 elecciones presidenciales, 14 referendos y sucesivas consultas nacionales, se llevó a cabo bajo el signo de una ruptura radical con la pasada historia de Venezuela: los ingresos por petróleo han sido redistribuidos principalmente a la población. En vez de ir al bolsillo de la oligarquía local y a bancos de los EE. UU.

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Aunque Chávez cometiera varios errores de mal gobierno y corrupción típicos del populismo de izquierda, errores confirmados posteriormente por el más débil Maduro, bajo su presidencia el gasto social alcanzó el 70% del presupuesto estatal, el PIB per cápita se triplicó. en poco más de 10 años, la pobreza pasó del 40 al 7%, la mortalidad infantil se redujo a la mitad, la desnutrición disminuyó de 21 a 5%, se eliminó el analfabetismo y el coeficiente de desigualdad de Gini se redujo al nivel más bajo en América Latina (datos del FMI, PNUD y Banco Mundial).
Pero el desafío más temerario lanzado por la Venezuela “socialista” fue contra la hegemonía del dólar. La economía ha comenzado a ser desdolarizada propiciando inversiones no estadounidenses, tratando de no recibir dólares por las exportaciones, y creando el Sucre, un sistema de intercambio financiero regional basado en una criptomoneda, el Petro, en poder de los bancos centrales de las naciones que negocian con Venezuela como unidad de cuenta y medio de pago. Así que el momento del enfrentamiento con Big Brother llegó muy temprano. Muchos evocaron el espectro del Chile de Allende de 30 años antes. [Nota del traductor: Allende fue Presidente de Chile desde el 3 de noviembre de 1970 al 11 de septiembre de 1973].

Pero la Venezuela de hoy es aún más víctima que Chile. Después de Rusia, es el país más rico en recursos naturales del planeta: el mayor productor mundial de petróleo y gas, el segundo mayor productor de oro, y uno de los más grandes de hierro, bauxita. cobalto [NT: ¿coltán?] y otros. Ubicado a tres horas de vuelo de Miami, y con 32 millones de habitantes. No muy endeudado, y capaz de fundar un banco de desarrollo, el Banco do Sur, capaz de reemplazar al Banco Mundial y al Fondo Monetario como fuente de crédito más equitativa para el continente latinoamericano.
Es por estas razones que la “cura chilena” ha fracasado inicialmente. El intento de golpe contra Chávez en 2002 y las violentas manifestaciones de una oposición que se volvió subversiva y antinacional, chocaron con un ejecutivo que ganó una elección tras otra. Porque incluso los pobres, después de todo, votan. La oportunidad de cerrar el juego llegó con la muerte de Chávez en 2013 y el colapso en el precio del petróleo comenzó en 2015.

La estrategia de las sanciones: el aluvión de sanciones emitido el año siguiente con el pretexto de que Venezuela era una amenaza para la seguridad nacional de Estados Unidos doblegó al país. Venezuela es expulsada de los mercados financieros internacionales y se encuentra con no poder utilizar los ingresos del petróleo para pagar las importaciones. Casi todo lo que entra en una economía que produce poco aparte de los hidrocarburos debe pagarse en dólares en efectivo. Y las sanciones impiden el uso del dólar. Los fondos del gobierno depositados en Estados Unidos son congelados o incautados. Los canales de refinanciación y renegociación de la modesta deuda externa de Venezuela están cerrados. El interés de la deuda es alto porque las agencias de calificación que sirven a Washington llevan el riesgo del país a cifras inverosímiles, más altas que las de Siria. En 2015, la extensión de Venezuela es de 2 mil puntos, para alcanzar y superar los 6 mil en 2017.

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Los economistas del Celag [Centro Estratégico Latinoamericano de Geopolítica] han cuantificado en 68.6 mil millones de dólares, 34% del PIB, el costo adicional de la deuda venezolana entre 2014 y 2017. Pero el efecto más letal del bloqueo financiero de Venezuela es la negativa de Los principales bancos internacionales, bajo control de EE.UU., de tratar las transacciones conexas a las importaciones de bienes vitales como alimentos, medicinas, productos higiénicos y artículos indispensables para el funcionamiento del aparato productivo y el transporte. Los hospitales venezolanos carecen de de insulina y medicinas contra la malaria. Los puertos del país se han declarado puertos de guerra, llevando a las estrellas los aranceles de importación y exportación. El valor de las importaciones cae de 60 mil millones de dólares en 2011-2013 a 12 mil millones en 2017, trayendo consigo un golpe de 50% del PIB.

Los bancos de Wall Street: los bienes que aún se pueden importar son acaparados y revendidos de contrabando por los oligopolios de la industria alimentaria que dominan el sector privado de la economía venezolana. La misma delincuencia de alto nivel que tira de los hilos del sabotaje del Clap, el plan de emergencia alimentaria del gobierno que rescata a 6 millones de familias. Y se ha calculado que entre 2013 y 2017 la agresión financiera contra Venezuela ha costado entre 110 y 160% de su PIB, es decir, entre 245 y 350 mil millones de dólares. Sin las sanciones, la economía de Venezuela, en lugar de reducirse a la mitad, se habría desarrollado al mismo ritmo que la de Argentina.

En 2018 se desarrolló en Venezuela una crisis humanitaria totalmente inducida. Esto se acompaña de una hiperinflación igualmente falsa, sin base en los fundamentos de la economía, determinada por el ataque del mercado negro del dólar a la moneda nacional atribuible a los 6 bancos de inversión más grandes de Wall Street.

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Por esta razón, el informe del experto de la ONU que visitó Venezuela en 2017, Alfred De Zayas (del que nunca habéis oído hablar pero que posee la mayoría de los datos mencionados anteriormente), propone la remisión de los Estados Unidos a la Corte Penal Internacional por crímenes de lesa humanidad perpetrados en [contra] Venezuela después de 2015.

* Vicesecretario General de la ONU de 1997 a 2002.

 

DOLLARI&PETROLIO:PERCHE' L'AMERICA AZZANNA CARACAS

di Pino Arlacchi

"Il Fatto quotidiano", 9 marzo 2019

Lo scontro tra il governo degli Stati Uniti e il Venezuela ha quasi raggiunto la soglia dell’ intervento armato, e se questo non avverrà sarà solo perché l’ attuale barbaro assedio all’ economia del paese è in grado di ottenere lo stesso risultato.   

    Ma esistono varie zone d’ombra, a mio avviso, sulle motivazioni della furia americana. Non è scontato che essa sia soltanto il riflesso condizionato di una potenza aggressiva, che dal 1945 in poi è intervenuta 67 volte all’ estero per rovesciare governi non graditi.

   Proprio nel loro cortile di casa, l’ America latina, e da un paio di decenni a questa parte, gli Stati Uniti hanno tollerato governi di sinistra anche radicale senza inviare i marines e senza far assassinare dalla CIA leader politici, ministri e presidenti. Il Brasile di Lula, l’ Argentina di Kirchner, il Cile di Bachelet, e perfino la Bolivia di Morales sono più volte arrivati ai ferri corti con il Grande Fratello senza subire violazioni di sovranità e senza subire il tentato assassinio economico riservato al Venezuela.

    Certo, il “pericolo socialcomunista” ha avuto il suo peso nel far scattare l’ assalto contro il  Venezuela di Chavez-Maduro. Ma ciò non basta a spiegare  un’ animosità USA contro un paese della regione che non si vedeva dai tempi del Cile di Allende, cui spesso viene paragonato.

   Ci vuole di più. E Il fattore aggiuntivo può ben essere la voglia delle elites americane di afferrare finalmente in Venezuela la preda agognata, sfuggitagli in Russia negli anni ’90, e in Irak e Libia dopo: le riserve di un grande produttore di idrocarburi da aggiungere alle proprie per fronteggiare più serenamente le traversie del mondo post-americano.

    Questa è un idea che è presente da qualche tempo nella mente di Trump. Secondo l’ ex Direttore dell’ FBI, McCabe, Trump ha dichiarato nel 2017 che era venuto il tempo di muovere guerra al Venezuela. E non per soccorrere il suo popolo affamato dal malgoverno comunista, ma perché “è pieno di tutto quel petrolio e sta nel nostro cortile di casa”.

   Lo stesso Trump aveva criticato Obama nel 2011 perché si era fatto fregare a non pretendere metà del petrolio libico in cambio della collaborazione degli USA al rovesciamento di Gheddafi.  

   Il fattore petrolio convince più di quello “comunista” per spiegare la foga antivenezuelana dello Zio Sam. Essa si sarebbe scatenata anche contro un governo di colore politico diverso, se risoluto ad esercitare la sua piena sovranità sulle proprie risorse naturali.

   Ma il quadro va completato mettendo in luce un ulteriore, poco conosciuta, matrice di ostilità: la sfida all’ egemonia del dollaro lanciata da Chavez-Maduro proprio all’ alba di un processo di de-dollarizzazione dell’ economia mondiale. La decisione del Venezuela di evitare l’ uso del dollaro nelle compravendite di petrolio, e di creare un sistema di scambi con l’ estero, il Sucre, basato su una criptomoneta, il Petro, garantita dal suo petrolio e da altre risorse, ha toccato il nervo scoperto della finanza americana. E ne ha scatenato la collera.

   Il dollaro, infatti, è l’ultimo pilastro della potenza americana visto che l’ altro, il possesso della forza armata più temibile del pianeta, ha fatto fiasco quasi ovunque dal Vietnam in poi ed è diventato fonte di indebitamento e di discordia con alleati e clienti.

    L’ ipersensibilità del capitale finanziario che domina gli Stati Uniti verso ogni minaccia, anche in fieri, al suo sistema nervoso centrale composto di biglietti verdi, è comprensibile. E ciò perché il dollaro - nonostante sembri godere di ottima salute, rimanendo il mezzo di pagamento e il bene rifugio di gran lunga più importante del mondo - è insidiato ogni giorno di più da una sfida che ha iniziato ad animare le relazioni internazionali.

  L’ attacco alla sua centralità è palese da parte russa e iraniana, semi-coperta da parte della Cina e del gruppo dei paesi BRICS, ed è sottintesa nel caso dell’ Unione europea, titolare dell’ unica alternativa matura al biglietto verde: l’ euro. E per questo sorvegliata a vista dagli Stati Uniti.

   Wall Street, Tesoro e governo USA sono consapevoli che i tempi del tramonto del loro impero dipendono da quelli dell’egemonia del dollaro, e sono pronti ad usare ogni arma per preservarla.

    Non importa, perciò, quanta strada avrebbe fatto la decisione di Saddam Hussein di usare l’ euro invece del dollaro nelle transazioni del petrolio iracheno. O quanto fosse fondato il progetto di Gheddafi di creare una moneta africana per lo stesso scopo. E neppure conta la modestia del volume attuale degli scambi non-dollarizzati tra Cina, Iran, Russia, India e adesso anche Turchia ed Unione Europea.

    La de-dollarizzazione è un pericolo mortale. I suoi segnali vanno soffocati sul nascere. Come?

    Nel caso di paesi relativamente marginali e non dotati di armi atomiche, perché disarmati in precedenza dall’ ONU come l’ Irak o convinti ad abbandonare i programmi nucleari come la Libia, si può andare per le spicce. L’ Irak è stato invaso perché non aveva l’ atomica.

Nel caso dell’ Iran - potenza di medio rango in via di de-dollarizzazione che produce petrolio senza dipenderne integralmente e in grado di acquisire in tempi brevi l’ atomica – occorre più cautela. L’ ideale è spingere il paese a disarmare e poi colpirlo e ri-dollarizzarlo. Come si tenta di fare adesso, sempre dal lato USA, ma con il disaccordo del resto del mondo.

      Contro Russia e Cina c’è poco da fare. Soprattutto ora, dopo che i due paesi hanno sviluppato un’ intesa commerciale, politica e militare che rende la somma delle loro “capabilities” (territorio, popolazione, industria, armamenti e tecnologie) superiore a quella degli USA. Ma entrambi sono ancora deboli dal lato finanziario, e non hanno ancora deciso di lanciare una sfida al dollaro congiunta e a tutto campo.

La strategia qui consiste nell’ isolarli il più possibile, ritardando la nascita di un ordine mondiale multimonetario, dove la valuta americana non può più essere usata come un arma di dominio globale.

Quanto all’ Unione europea, la minaccia euro alla supremazia del dollaro si è sgonfiata poco dopo la creazione della moneta unica. Il suo peso nelle transazioni globali è sceso dal 30% delle origini al 20% attuale. Per i padroni della finanza mondiale è sufficiente mantenere l’attuale frattura tra UE e Russia perché l’ euro resti dove si trova.

    Questo scenario aiuta a spiegare perché gli Stati Uniti si sono avviati verso la soluzione finale contro un paese che ha avuto l’ ardire di sfidarli su tutto, valuta inclusa. Valuta che viene avvolta oggi intorno al collo del Venezuela perché tutti sappiano che dopo la Libia, l’ Irak e l’ Iran, chi di dollaro ferisce di dollaro rischia di morire.

 

 

BIBLIOGRAFIA E SITI WEB SULLA CRISI DEL VENEZUELA

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IL GRANDE IMBROGLIO SUL VENEZUELA

Uno studio controcorrente

Nel momento in cui il supremo teorico della guerra non-occidentale, Sun Tzu, affermava  che l’ arte della guerra si basa sull’ inganno esistevano solo le guerre dichiarate e combattute con le armi della violenza fisica.

   Ma l’ insegnamento del teorico cinese era abbastanza profondo da dimostrarsi valido anche oggi, in tempi di guerra coperta, non convenzionale, combattuta con le armi dell’ economia e soprattutto della finanza. Dove l’ inganno consiste nella disinformazione e la disuguaglianza tra le parti contrapposte si basa sul possesso o meno dei mezzi di disinformazione di massa.

       Se c’è una lezione che ho imparato dirigendo una parte non trascurabile dell’ ONU è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Anche in tempi di pluralismo informativo come i nostri, le idee dominanti  - come diceva il vecchio Marx – sono ancora quelle della classe dominante. Che rivolta cose e fatti a suo uso e consumo.

   Dietro ogni guerra c’è una menzogna.

   E quello del Venezuela si configura oggi come un caso di guerra non convenzionale coperta da una gigantesca truffa informativa.

   Chiunque abbia voglia di documentarsi  sulla crisi  del Venezuela consultando fonti diverse dalla vulgata prevalente farà fatica a mantenere la calma. Perché si scontrerà ad ogni passo con una narrativa falsa, omissiva e distorta.   

  Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano, unanimemente attribuite dai media occidentali al malgoverno degli esecutivi “socialisti” succedutisi al potere dopo il 1998, data dell’ elezione del “dittatore” Chavez alla presidenza.

“Dittatura” confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum ed consultazioni nazionali successive, e condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’ oligarchia e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

  Se non si tiene conto di questa svolta della storia recente, non si capisce nulla del Venezuela di oggi. Un paese dal prospero passato, e ridotto quasi in miseria nel momento dell’ arrivo di Chavez al potere, da un pugno di famiglie le cui ruberìe erano riuscite a far declinare il PIL procapite da 4.367 dollari nel 1980 a 3.874 nel 1998. Mentre negli stessi decenni Brasile, Colombia e altri paesi raddoppiavano la stessa cifra (dati Banca Mondiale).

  Sotto Chavez, le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il PIL procapite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’ analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’ America Latina (dati FMI, UNDP e Banca Mondiale).

   Ma la sfida più audace lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella diretta all’ egemonia del dollaro.  l’ economia venezuelana ha iniziato ad essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il SUCRE, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento.

 

   Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. E gli Stati Uniti hanno deciso di adottare contro il Venezuela la stessa strategia usata trenta anni prima da Nixon per distruggere il Cile di Allende: “far urlare l’ economia”.

     Il presidente progressista aveva osato sfidare le sanguisughe multinazionali nordamericane che condannavano il Cile alla miseria e alla dipendenza. La risposta fu il blocco finanziario, gli attentati e i disordini targati CIA, e il sabotaggio violento del governo tramite la fomentazione di scioperi e blocchi nei trasporti e negli snodi vitali dell’ economia. Con l’ esito finale dell’ eliminazione fisica di Allende e l’ avvento di Pinochet.

       Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. La nazione di Chavez-Maduro è, dopo la Russia, il paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti.

  Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

  Una preda di queste dimensioni che si rivolta pacificamente, tramite libere elezioni, non è un affare di poco conto.  

E’ per queste ragioni che la “cura cilena” degli USA contro il governo del Venezuela è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2003, le manifestazioni violente e gli atti eversivi di un’ opposizione innaffiata di dollari, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’ altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano.

   Ma si è mai visto un leone che si è attaccato alla gola di una preda mollarla e lasciarla andare?

    L’ occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chavez nel 2013, l’ elezione del più debole Maduro nello stesso anno, e il crollo del prezzo del petrolio, più che dimezzatosi dalla metà del 2014 in poi.

   E’ Obama che decide nel 2015 di iniziare lo strangolamento del regime “autoritario”, “comunista” e “antiamericano” tramite una raffica di sanzioni unilaterali che vengono inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018 con il risultato di mettere in ginocchio il paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni di ogni genere di beni.

    La de-dollarizzazione del Venezuela è ancora agli inizi e non riesce che in piccola parte ad attutire la vulnerabilità della repubblica alla stretta mortale del capitale finanziario americano. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono l’ uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli USA vengono congelati o sequestrati. Le sanzioni proibiscono il rimpatrio dei profitti della mega-raffineria del petrolio venezuelano collocata su suolo USA, e chiudono l’ accesso ai canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela. Gli interessi sul debito pubblico schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese  a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2mila punti, per raggiungere e superare i 6mila nel 2017.

   Gli economisti del centro studi CELAG hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari l’ extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017.

   L’ uso di strumenti alternativi di pagamento come la moneta virtuale Petro ed i depositi dei fondi di investimento governativi raggiunge prezzi proibitivi per via degli abnormi tassi di conversione verso il dollaro praticati dalle banche estere.

     Il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni del Venezuela. E’ tutta una sequela di ostruzionismo, tassi abnormi, chiusura di conti, blocco di fondi che strozzano le importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, le attrezzature sanitarie ed i prodotti indispensabili per il funzionamento dell’ apparato produttivo. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, e le tariffe dell’ import-export vanno anch’esse alle stelle.

 Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del PIL.

   I beni che riescono comunque ad essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare.  Sono una decina di multinazionali che dominano il settore privato dell’ economia del Venezuela. Ferocemente anti-governative,  incoraggiate e protette da opposizione e governo USA.

   Stiamo parlando del coagulo di potere politico-economico delinquenziale  che sta distruggendo il Venezuela. Una “mega-mafia” nel senso letterale del termine perché si tratta di criminalità organizzata transnazionale cui vanno ricondotti sia il sabotaggio del CLAP, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie tramite vendite sottocosto e distribuzioni gratuite di cibo,  che il denaro di origine venezuelana esportato nei numerosi paradisi fiscali della regione.  

   E’stato calcolato dal CELAG che tra il 2013 e il 2017 l’ aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% dei suo PIL, e cioè tra i 245 ed i 350 miliardi di dollari, pari a alla perdita di 8.400-12.100 dollari procapite e di oltre 3 milioni di posti di lavoro. Senza le sanzioni, l’ economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’ Argentina.

    Durante il 2018 si sviluppa una crisi umanitaria  interamente indotta. Che si accompagna a un’ iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’ economia, determinata da un attacco speculativo alla moneta nazionale da parte del mercato nero del dollaro. Il profilo di questo attacco segue i classici canoni dell’ attuale finanza mondiale che ho descritto nel volume che ho appena pubblicato: il lavoro sporco svolto in loco copre il lavoro pulito delle solite 6 banche d’affari di Wall Street.  

Il tasso di cambio “nero” tra dollaro USA e bolivar viene determinato da un sito web apertamente illegale, Dolar Today, che pubblica cifre spropositate a svantaggio del bolivar e sulle quali operano una rete di squali finanziari USA. Squali e sito web sono direttamente collegati alle 6 sorelle di cui sopra.

    Si spiega così il mistero di una iperinflazione venezuela simile a quella della repubblica di Weimar nonostante la caduta della domanda aggregata ed una quantità di moneta nazionale diminuita del 91% dal 2014 in poi.

 

 Quanto detto finora perfeziona lo scenario entro il quale sta avvenendo in Venezuela l’ ennesimo cambio di regime (il 68° su scala mondiale dopo il 1945) progettato ed eseguito dagli Stati Uniti.

Concludendo. Il blocco totale dell’ economia di una nazione per mettere a rischio la sopravvivenza fisica della sua popolazione e costringerla alla resa è un crimine contro l’ umanità, ed equivale ad una guerra di aggressione.

 Il rapporto ben documentato dell’ esperto ONU che ha visitato il Venezuela nel 2017 (e di cui non avete mai sentito parlare e che contiene buona parte dei dati fin qui citati ), De Zayas, propone appunto il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’ umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015. Ma state certi che non succederà niente, a dispetto delle analoghe conclusioni di un secondo esperto ONU.

Pino Arlacchi

27 febbraio 2019

 

UN PO' DI EUROPEISMO DI SINISTRA

"La Bce deve immettere 800 mld l'anno per sostenere l'economia reale"

di Nicola De Muro
26 Febbraio, 2019

A sostenerlo è il sociologo Pino Arlacchi, ex euro-deputato e una delle massime autorità mondiali in tema di criminalità e sicurezza, e per anni ai vertici del sistema Onu, di cui è stato anche vice-segretario generale.

“Conosco Draghi e so che lui vorrebbe una politica monetaria diversa. Si è spinto ai massimi consentiti, ma gli è impedito di andare oltre”. Arlacchi spiega chi e cosa impedisce a Draghi di sostenere veramente l'economia reale. “Con il Quantitative Easing sono stati immessi, dal nulla, 2.500 miliardi. Una cifra enorme. E sono state salvate solo le banche. Perchè non fare lo stesso per salvare e far ripartire l'Unione Europea?”.

Nell'intervista, poi, altre riflessioni, libere e impertinenti. Gli Usa fanno guerra anche economica a chiunque osi mettere in discussione il dollaro, ecco il vero motivo della sfida a Maduro in Venezuela, così come contro la Russia, la Cina e l'Iran. E poi, l'Unione Europea dovrebbe cogliere l'opportunità offerta da Trump di ritirarsi dalla gendarmeria del mondo. L'Ue si sganci, quindi, dal baricentro Usa e vada verso Est: la vera vocazione europea è la Russia. E anche la Cina.

 

RIECCOMI!

Cari amici, dopo una lunga assenza mi rifaccio vivo. E devo spiegare innanzitutto le ragioni della mia scomparsa da Twitter, sito e Facebook per un tempo così esteso. Non la faccio lunga, anche perché la mia assenza è dovuta a un motivo molto semplice: avevo bisogno di stare con me stesso, riflettere, leggere e poi scrivere.

Cioè sfruttare il più grande privilegio che ho ricevuto dalla sorte: quello di scegliere il tempo del pensiero e quello dell'azione, visto che non è possibile fare le due cose contemporaneamente.

Lasciato il Parlamento europeo quasi 5 anni fa, mi sono impegnato in una riflessione su quanto avevo fatto, cercando di ampliare i miei orizzonti e le mie chiavi di lettura. Il risultato consiste in due libri. Il primo è stato appena pubblicato, e il secondo vedrà la luce in autunno.

Nei prossimi mesi, fino a Giugno, sarò impegnato in una serie di presentazioni e discussioni pubbliche su "I padroni della finanza mondiale. Lo strapotere che ci minaccia ed i movimenti che lo combattono".

Su questo sito e sul mio Facebook troverete date e luoghi degli eventi, e qui troverete anche un estratto del volume, pubblicato da Chiarelettere.

Sono contento di essere tornato tra voi, con qualcosa in più da dire sulla giustizia, l'Italia, l'Europa e il resto del mondo.

9 febbraio 2019

 

COPERTINA VOLUME "I PADRONI DELLA FINANZA MONDIALE"

“Studio e combatto da una vita il capitalismo predatorio. Sono partito dai suoi livelli più infimi e violenti, quelli delle mafie e dei mercati criminali, e sono arrivato ai suoi piani più elevati e rarefatti, dove non si usa il diritto della forza ma la forza del diritto. Cioè il furto e la frode su vasta scala protetti da norme e da prassi create ad hoc... nella totale indifferenza nei confronti della legalità e dell’etica.”

Ecco la minaccia più grave che incombe sul pianeta: l’attuale sistema finanziario ultraglobalizzato, che deprime la crescita economica, aumenta la disuguaglianza, impoverisce la gente, e diffonde insicurezza e paura del futuro. Sono quasi cinquant’anni che il capitalismo dei mercati finanziari ha preso il potere in Occidente. La sua ideologia è il neoliberismo, un pensiero unico che prevale nel mondo accademico, nella società civile e nella politica, a destra come a sinistra. L’Unione europea ne è diretta espressione e la superburocrazia che la governa in condizioni di pesante deficit democratico agisce con la complicità dei media, per lo più allineati a questo strapotere. Ma i padroni del mondo attuale non sono inamovibili. Come spiega Arlacchi, sono in campo contromovimenti che li combattono. L’economia sociale di mercato della Cina e dell’Asia orientale già contrasta la deriva neoliberista. E stanno inoltre emergendo formazioni di riformatori, conservatori, fascisti, socialisti e populisti prodotte da un grande scontento verso il mercato che mobilita tutti, da Corbyn a Trump a Le Pen. È questo il dato nuovo. All’orizzonte ci sono il declino dell’Occidente dominato dal capitale finanziario, il tramonto incruento della tutela americana e un ordine mondiale multipolare più pacifico e progressivo.

 

CONTRADA E GLI AZZECCAGARBUGLI DI BRUXELLES

L’ottuso formalismo della Corte europea dei diritti umani che ha annullato gli effetti della condanna definitiva di Bruno Contrada getta discredito sulla giustizia sovranazionale.Essa dovrebbe entrare in campo dove la giustizia nazionale è impossibilitata a funzionare.Non può essere un quarto grado di giudizio lontano mille miglia dai fatti. E dalla giustizia giusta. Questa è precisamente l’Europa che non vogliamo.
Solo un consesso di azzeccagarbugli può infatti stabilire che la somma di due reati molto ben definiti - il concorso ad un crimine e l’associazione mafiosa - è uguale a zero se il reato è stato commesso prima di essere stato creato dalla cosiddetta “giurisprudenza”.
Quando Contrada permetteva ai capimafia di dileguarsi avvertendoli degli arresti imminenti non sapeva di commettere - secondo gli illustri “giuristi” di Strasburgo - il reato di favoreggiamento o di associazione a delinquere, o di concorso.

24 dicembre 2017

 


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Benvenuti nel mio sito. Qui potete farvi un’idea di chi sono, e trovare notizie e documenti sulle mie opere e sui miei giorni.

Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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