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Il paradosso della Calabria infelix

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Il Quotidiano della Calabria, 21 dic. 2013

di Pino Arlacchi

Caro Direttore,
chi volesse toccare con mano il paradosso della povertà in mezzo alla ricchezza non dovrebbe fare altro che trascorrere qualche tempo nella estrema punta italica, dalle parti di Melito Porto Salvo, undicimila abitanti, il comune più a Sud della Calabria. Comune povero, reddito pro-capite metà del valore nazionale, sciolto per mafia, ma circondato da ricchezze di possibile grande rilievo.
La ricchezza del territorio intorno a Melito è potenziale, è vero, ma non è virtuale, intangibile. Basta volare un po’ alto, non vedere i dettagli, non soffermarsi troppo a pensare, per essere quasi sopraffatti dalla sua concretezza. Parliamo di un microclima straordinario, dolcissimo, generato dalla protezione che l’ Aspromonte assicura dai venti dello Stretto di Messina, che consente la produzione del prezioso bergamotto. C’è poi un paesaggio spettacolare, con la grande montagna dietro le spalle e la Sicilia e l’ Etna proprio di fronte. Cui bisogna aggiungere uno Jonio “colore del vino”, limpidissimo, evocativo, tenuto sempre giovane dalle correnti. Un mare dei Greci che basta osservare un po’ per “sentirne” la centralità nella storia dell’Occidente. Accompagnato da una archeologia strepitosa e da un catalogo di beni culturali di prima grandezza.

Questo microcosmo si estende lungo una striscia costiera estesa per 50 chilometri da un lato e dall’altro di Melito, e include un hinterland montagnoso che arriva a 2mila metri di altezza, e che si raggiunge in pochi minuti di auto.
Ma basta scendere di quota e guardarsi intorno e valutare i dettagli, cioè la dura evidenza delle cose come sono, per rimanere sconcertati. I segni dell’abbandono, dell’incuria e dello sfregio sono onnipresenti. Dal dissesto idrogeologico a quello dei servizi pubblici essenziali, quasi tutto decade in questo lembo di Calabria che fu felice e ora va in rovina. Lo sfregio è consistito nel piazzare qui, a Saline Joniche, nel centro di un ecosistema tra i più pregiati d’Europa, uno stabilimento petrolchimico mai entrato in funzione. Oggi è un ammasso di ferraglia che ricorda uno dei più folli progetti dell’Italia del boom. Ma invece di ergersi a monito perenne contro la dissennatezza, questo rottame continua a istigare la demenza. Perché c’è ancora chi vorrebbe mettergli accanto una bella centrale a carbone.
Ho trascorso un paio di giorni in questa zona, alloggiando in un albergo bello e triste, perché in via di chiusura per assenza di clienti, e incontrando gente immalinconita, risentita, ma non rassegnata. Giovani amministratori locali, educatori, animatori culturali che tentano di mantenere in vita la lingua grecanica, parlata ancora da 500 persone anziane e derivante in via diretta dal greco antico.
Ho conosciuto intellettuali e gente semplice, abitanti di Melito e dei centri vicini che non sono scappati via, e che cercano di resistere, assediati dalla politica corrotta alleata della miserabile ndrangheta locale. Mi ha molto colpito la loro consapevolezza di stare dentro una potenziale cornucopia che basterebbe poco ad aprire. E mi ha molto incoraggiato la loro voglia di combattere.
Perché basterebbe poco a invertire la rotta?
Ma perché le risorse disponibili in loco, a Melito e nella Calabria circostante, sono prorompenti. Un paio di progetti di sviluppo ben mirati libererebbero energie in grado di vincere ogni ostacolo locale. Che cosa impedisce di fare un progetto europeo per valorizzare un gioiello come Pentidattilo, il mitico borgo sotto la montagna dalle cinque dita che da mille anni in qua stimola l’immaginazione e la poesia? È così difficile promuovere il Parco dell’Aspromonte e il bergamotto, nonché salvaguardare e rilanciare la lingua e la cultura grecanica? Cosa ci vuole, oggi, per creare le infrastrutture che consentano di gustare la costa, la montagna, l’archeologia magnogreca e le tracce della grande storia che si è fermata in loco per lo spazio di una intera civiltà?
Non occorre molto. Le risorse di questa zona sono tante, è vero. Ma anche quelle esterne sono di tutto rispetto. La Regione Calabria fino a tre anni fa disponeva di fondi europei destinabili ai suoi beni culturali – cioè proprio alle cose di cui stiamo parlando – per oltre 300 milioni di euro. Se il mio progetto sulla valorizzazione dell’archeologia magnogreca non fosse stato sabotato, a quest’ora la Magna Grecia calabra sarebbe sulla soglia del riconoscimento UNESCO, e ci sarebbe la fila per visitare Locri, Casignana, il bellissimo museo di Reggio. Tutti beni a poche decine di chilometri da Melito. E il mio albergo non sarebbe stato vuoto perché il turismo di qualità sarebbe lì praticamente tutto l’anno.
E per favore, a questo punto, non si tiri fuori la solita favoletta della ‘ndrangheta onnipotente che stronca ogni accenno di buongoverno. È falso affermare che i fondi europei non si spendono perché la mafia si oppone al loro impiego. I fondi non si spendono perché se producono sviluppo distruggono le carriere di assessori piccoli piccoli, che preferiscono dare 5mila euro alla sagra della castagna piuttosto che 30 milioni all’archeologia di Locri e di Reggio.

 

 
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